Squadre iconiche, il Barcellona dei record

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25 June, 2020

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Mes que un Club. Il motto che campeggia sulle tribune del Camp Nou, lo stadio del Barcellona, e che in città si sente sulla bocca di migliaia di tifosi, rappresenta l'anima di una squadra che va oltre il campo da calcio. Polisportiva tra le più attive in Spagna ma anche simbolo di appartenenza, identità e di distanza da Madrid, centro del potere politico nazionale, il club blaugrana è stato per decenni "la seconda squadra" del Paese, dietro al Real. A prescindere dal numero di trofei, comunque molti meno dei Blancos, il Barcellona faticava a contrastare l'egemonia calcistico-culturale della Capitale, ad eccezione degli anni di Cruijff, e forse neanche gli interessava più di tanto farlo, forte del senso di appartenenza dei suoi tifosi, ben più importante della bacheca. Con il nuovo millennio, tuttavia, questo squilibrio quasi secolare è tornato in ordine, in particolare grazie a una squadra: quella di Pep Guardiola e Leo Messi (2008-2012), capace di cambiare la percezione del club nel mondo. 

Arrivato sulla panchina del Barcellona nel maggio del 2008, dopo aver giocato più di 250 partite in maglia blaugrana negli anni '90, l'allenatore di Santpedor ha rivoluzionato la squadra che era stata per cinque stagioni di Frank Rijkaard. Fuori Deco, Ronaldinho, Zambrotta, Edmilson, Oleguer e tanti altri, dentro Pique, Dani Alves, Seydou Keita e Martin Caceres. Una svolta negli uomini e nel gioco, incentrato su una ragnatela di passaggi e un utilizzo degli spazi inediti rispetto alle altre squadre europee. Nasceva, sulla scorta del Barcellona di Cruijff, il tiki taka, per quasi un decennio lo stile di gioco più imitato e ammirato al mondo che ancora oggi viene insegnato nella Cantera, le giovanili, per preparare alcuni tra i migliori talenti al mondo al gioco della prima squadra. Perni di questo stile, i tre centrocampisti titolari che durante l'era Guardiola non sono mai cambiati: Xavi, Sergio Busquets e l'illusionista Iniesta, tutti prodotti della Cantera. Grazie alla loro tecnica raffinata e a una preparazione tattica estrema, il Barcellona era capace di tenere il possesso palla di una partita per oltre il 75% del tempo. Il portiere, anche lui centrale nella giostra di passaggi, era Victor Valdes, bravo tra i pali ma soprattutto eccellente con i piedi. 

L'ultimo protagonista a non essere cambiato per quattro anni è stato l'esterno destro offensivo: Leo Messi, l'attaccante più forte che abbia mai indossato la maglia blaugrana, uno dei primi tre giocatori nella storia del calcio. Tecnicamente divino, capace di segnare gol propri solo di un'entità superiore, l'argentino, anche lui cresciuto nella Cantera, è diventato in pochi anni l'icona della squadra, osannato ogni settimana al Camp Nou come nessuno prima di lui. Grazie a Guardiola, Messi si è riscoperto anche prima punta, con quel falso nueve sulle spalle che gli ha permesso di mettere la palla in rete quasi 650 volte. 

Se cinque ruoli su undici sono sempre stati ricoperti dagli stessi giocatori, per gli altri non si può dire altrettanto. La difesa del primo Barcellona di Guardiola era composta dal capitano Carles Puyol, Yaya Toure, Pique e Sylvinho mentre nella finale di Champions del 2011, vinta 3-1 contro il Manchester United, solo il terzo è rimasto al suo posto con Dani Alves a destra, Javier Mascherano a completare la coppia di centrali ed Eric Abidal sulla sinistra. Tutti giocatori tecnici e carismatici, in grado di gestire i contropiedi inevitabili e gli uno contro uno. In attacco, tolto Messi, le cose sono cambiate con il passare degli anni, anche se il gioco è rimasto quasi sempre lo stesso. Nel 2008 i titolari erano Thierry Henry e Samuel Eto'o, nonostante Guardiola avesse chiesto la cessione di quest'ultimo, mentre nel 2011, quando il tiki taka era al massimo della sua espressione, vicino alla Pulce giocavano David Villa e Pedro. Nelle quattro stagioni di Guardiola, il Barcellona ha conquistao ben 14 titoli (tre campionati, due Coppe di Spagna, due Coppe del Rey, la nostra Supercoppa, due Champions, due Supercoppe Europee e due Mondiali per Club), ma soprattutto ha cambiato la percezione della squadra nel mondo: non più "seconda" ma ormai "prima" di Spagna.

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